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Pyperita
Rob83
Robynson
Rosrom
S.E. Maxxx
Sefosse
Supertriglia
Torquemada
Undulant
YBAN
Zebrastreifen
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Concordo con chi pensa che è bene leggere i classici. Gli autori contemporanei possono aspettare di diventare classici a loro volta.
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cugignoma in FINE DELLE TRASMISSI...
yetbutaname in FINE DELLE TRASMISSI...
Alicesue in FINE DELLE TRASMISSI...
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Ho deciso così.
Ha ragione chi ha scritto che un blog ha senso se ci si diverte. D’altra parte l’ho inserito anch’io l’aureo proposito, in tempi non sospetti, nell’assurdo Undecalogo qui a destra.
Altra questione è, ovvio, se sia stato coerente. Non ci scommetterei su grosse cifre.
Per quanto strano possa sembrare, questo blog seguiva un progetto più o meno coerente.
Era, o voleva essere, un blog di passioni. Si proponeva di irretire qualche blogger di cuore attraverso trovate surreali e slanci di spiazzante intimismo. Chissà se c’è riuscito. Per quel che mi consta, i risultati non son stati, o comunque non son stati sempre, quelli che auspicavo. Ma il problema è mio, di taglio che ho voluto dare al mezzo. L’ho scritto anche, che desideravo fosse un blog di passioni, ma mentre lo scrivevo sapevo benissimo che questo del web è un canale ben curioso. A volte disorienta, a volte esalta, a volte delude. E troppo spesso appare troppo angusto, per quelle che erano le mie aspirazioni.
Naturalmente, mi spiace metter su il monoscopio e andar fuori a fare due passi. Anzi, a dir il vero quest’ultimo incombente non mi spiace affatto, e c’entra, è ovvio, il fatto che mi trovo attualmente in un tratto accidentato della mia vita. Ci sono un po’ di cose fuori posto che è bene che riordini. Ma questo è un altro discorso.
Comunque non preoccupatevi, non è un addio, io gli addii li detesto. Non intendo cancellare alcunché, sia perché quel che ho postato lo trovo grazioso, sia perché mi fa sogghignare l’idea di render finalmente giustizia al titolo che ho scelto. Lo Schermo Silenzioso, forse definitivamente tale, ha smesso di diffondere follia e inquietudine nel web, era ora.
Né intendo scomparire nel nulla, tranne che per i miei creditori, almeno. Può darsi che saltuariamente irromperò nei blog altrui dispensando come mio solito scempiaggini, o consigli non richiesti, o recensioni librarie, o quel che mi passerà per la testa in tempo reale. Non confondo i contatti virtuali con quelli reali, non l'ho mai fatto. Tengo tantissimo a determinati soggetti che hanno avuto la ventura di conoscermi, e tengo a scriverlo: le persone che si reputano importanti mica si perdono per strada. Spero valga anche lo stesso da parte loro anche nei miei confronti.
Né, infine, escludo che un bel giorno non decida di riprendere le trasmissioni, cancellando queste righe fin troppo lunghe e decisamente insensate. O di riaprire un mio spazio da qualche altra parte, ovviamente con un layout tutto nuovo, come pure m’è stato da varie parti suggerito. Ammesso che non l’abbia già fatto, nel qual caso dovrei pormi il problema di segnalarne l’indirizzo a qualcuno.
I libri che sonnecchiavano sul comodino m’è toccato spolverarli, prima di imballarli. La musica invece è sempre con me, oh, a proposito, questa notte anziché dormire ho elaborato una postilla al riguardo, che troverete qui sotto.
Domiziano ha promesso che di tanto in tanto passerà a innaffiare le rose, e vedere se s’è fatto vivo qualcuno.
Un bacio tenero o una vigorosa stretta di mano, a seconda dei sessi, a chi su queste pagine ha scritto, o anche (peccato) ha soltanto letto.
R.
- Postilla -
Fra i tanti brani dei Van Der Graaf Generator che mi piacciono c’è quello che sto ascoltando, tratto dal loro primo album, The aerosol grey machine.
S’intitola Into a game e non si trova facilmente sul web. Un brano essenziale, come tutto il cd; niente tastiere elettroniche, neppure una chitarra slide; solamente il pianoforte, la chitarra acustica e la voce di Peter Hammill, che firma musica e parole.
Bene, c’è un punto verso la fine, esaurita l’ultima strofa (...Your bruised innocence), in cui il basso di Keith Ellis tace, e il pianoforte di Hugh Banton emette ancora due sole note, poi si spegne a sua volta.
Subito dopo, poco prima del refrain in dissolvenza (Into a game, into a game...), riprende una semplicissima ritmica della batteria di Guy Evans: 4/4, charleston, piatto, grancassa e tom, e poi basso, chitarra ritmica e pianoforte appresso.
Ecco, io mi sento come quelle due note di pianoforte, o piuttosto come quei tre secondi di silenzio sospeso che seguono.
Difficile spiegarlo.
* * *
Into a game (Hammill)
I never thought it could come to this,
As you sit there crying,
Hanging on with your fingertips
To something that's already dead.
Now we're into a game
And it's all a bit strange.
Once on a time we were sincere;
Now, we're acting charades,
Hiding behind cracked images
From other people's stages;
Now, we're into a game,
And it's all a bit strange,
But familiar, too...
The rules never change; I know it, but do you?
Let's stop it now.
I've seen it all before,
And this play no longer moves me,
But the closing of a door
Is never easy.
Look at the cards in your hands:
Kings turned to jokers.
There are no prizes for laughing:
Situation hopeless.
Now we're into a game
And it's all a bit strange,
But familiar, too...
The rules never change; I know it, but do you?
Let's stop it now.
It's no good looking to me for reassurance.
I'm tired and don't need you to show me
Your bruised innocence.
Into a game, into a game...
In un gioco (Hammill)
Non avrei mai pensato che sarebbe andata così,
Mentre tu stai lì e piangi,
Sfiorando con la punta delle dita
Qualcosa che non c’è più.
Ora siamo in un gioco,
Ed è tutto un poco strano.
Una volta eravamo sinceri;
Ora facciamo sciarade,
Ci nascondiamo dietro immagini spezzate
Da qualcun altro del teatro.
Ora siamo in un gioco
Ed è tutto un poco strano,
Ma, anche, troppo familiare...
Le regole non cambiano mai; io lo so, tu lo sai?
Fermiamoci ora.
Ho visto tutto in anticipo,
E questo gioco non mi attrae più a lungo,
Ma chiudere la porta dietro di me
Non è facile.
Guarda le carte nelle tue mani;
I re si trasformano in jolly,
Non c’è prezzo per le risate:
La situazione è senza speranza.
Ora siamo in un gioco
Ed è tutto un poco strano,
Ma, anche, troppo familiare...
Fermiamoci ora.
Non vi son grandi prospettive perché io non sia inquieto.
Sono stanco e non ho voglia che tu mi mostri
La tua purezza ferita.
In un gioco, in un gioco...
Immagini: www.bootkidz.co.uk (I); www.pembers.freeserve.co.uk (II)
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Se esiste un libro che si lascia leggere tutto d'un fiato, eccolo qui.
Evitate di leggerlo in metropolitana, potreste ritrovarvi tranquillamente al deposito dei convogli, troppo concentrati sulle pagine per accorgervi della fine corsa giornaliera.
Ma evitate di leggerlo anche, è ovvio, mentre siete in viaggio per mare. Vi suggestionerebbe profondamente.
Di converso, in qualsiasi altra possibile ed immaginabile situazione, leggetelo. Leggetelo.
Vi accadrà di trovarvi magicamente imbarcati anche voi sul piroscafo Nan-Shan, battente bandiera siamese, lungo le rotte del Mar della Cina, nella straordinaria avventura della lotta della nave, e del suo equipaggio, contro la furia degli elementi.
Conoscerete i compagni che condividono la vostra stessa sorte, in primis il capitano MacWhirr, taciturno, puntiglioso, bonario, timido ma coraggioso e privo d'immaginazione in maniera addirittura sconfortante. Capace di dirigere la propria nave dritta prima verso la perturbazione, poi però attraverso, ed infine fuori. Lo conoscerete, ma non riuscirete a familiarizzare con lui. Forse proverete nei suoi confronti lo stesso vago imbarazzo della sua famiglia in Inghilterra.
Ed il primo ufficiale, il giovane, baldanzoso e sottilmente razzista Jukes, che si troverà sgomento a dover lottare col vento e coi flutti e, al contempo, ostentare l'energia che impone il suo grado di fronte alla ciurma, inghiottendo la paura con una boccata d'acqua di mare.
E Hackett, capace di restar inchiodato gambe larghe alla ruota del timone per ore ed ore, gli occhi calmi fissi sull'orizzonte confuso o sulla bussola, se nessuno gli rivolge la parola.
E Rout, il lungo ossuto e flemmatico capo macchinista d'età indefinibile, lui vive in un altro mondo, rinchiuso com'è per l'intero viaggio nella sala macchine insieme con i fuochisti e gli altri addetti, un mondo attutito dal rumore ritmato dei pistoni delle caldaie, in profondità, tutt'altro che la superficie sferzata dalle folate del tifone e spazzata via dalle onde gigantesche; Rout che non si scompone mai e sa benissimo quel che deve fare, lucidissimo e concentratissimo, forse consapevole del suo ruolo salvifico per l'intera comunità galleggiante.
E gli altri dell'equipaggio, personaggi di contorno, come il mansueto nostromo o l'agghiacciato e pazzo secondo ufficiale o l'omino coi baffi meccanicamente intento ad alimentare i fuochi, disegnati dall'Autore con maestria impareggiabile: poche pennellate che rendono perfettamente l'idea.
E le cose, gli oggetti familiari che improvvisamente scompaiono travolti dall'ineluttabilità del tifone: la candela nel solito angolo della cambusa, la pala per il carbone nel corridoio tenebroso, le gru che reggono le scialuppe di salvataggio ed il fanale verde di prua, le stelle, infine, che brillano nel temporaneo squarcio fra le nubi per pochi istanti e poi, ad una ad una, vengono meno alla vista.
Maestria che si ripete nella scansione della storia seguendo un'alternanza di ritmi quasi da suite sinfonica: l'introduzione dei personaggi con inediti quadretti riguardanti l'infanzia e la giovinezza del capitano MacWhirr (allegro scherzoso); il viaggio e il sinistro approssimarsi della nave alla tempesta (andante un poco mosso); lo scoppio della violenza del tifone, la brevissima pausa di stazionamento nel quieto occhio della perturbazione; il nuovo scatenarsi degli elementi sullo scafo (agitato-calmo-agitato); l'arrivo del Nan-Shan al porto di destinazione (allegretto-tempo I).
Troppi, davvero, i passaggi memorabili per ricordarli tutti. Mi limito ad alcuni:
- la lotta dei marinai contro gli elementi sul ponte e, contemporaneamente, la lotta dei passeggeri cinesi sottocoperta per il possesso delle monete d'argento sudate nelle piantagioni di tè che sfuggono dalle cassette spezzate di legno di canfora: non v'è scampo comunque per gli uomini, a quanto sembra, la sola oasi di (relativa) quiete è la scatola metallica giù in basso, abitata dal capo macchinista Rout e dagli altri, collegata al resto del mondo esclusivamente dai tubi curvilinei dei portavoce;
- l'ingresso del capitano MacWhirr nella sua camera, buia e sconvolta dagli scuotimenti del mare, lo sguardo incredulo al valore segnato dal barometro illuminato fiocamente da un fiammifero, mai così basso in tutta la sua vita: è il momento in cui lo sgomento sovrasta la stolida certezza nelle proprie abitudini e cognizioni, e prende il sopravvento;
- l'affannoso cercarsi, indifesi all'aperto, del capitano MacWhirr e del primo ufficiale Jukes flagellati e sommersi da spruzzi ostili di acqua dolce e salata, insultati e umiliati dalla distesa liquida che tenta di strapparli ai loro precari sostegni, sollevandoli, sbatacchiandoli, facendoli rotolare per il ponte come oggetti di nessun conto ed infine sottraendo loro il comunque inutile nord-ovest, lasciati a testa nuda e dunque nudi di fronte alla nebbia di spruzzi, al buio, alla muraglia di onde, all'incessante sforbiciare del vento. Uomini che infine si aggrappano l'uno all'altro e si abbracciano saldamente, gridandosi ordini e notizie l'uno all'orecchio dell'altro ma con voci irrimediabilmente lontane e quasi inudibili.
Troppi, troppi. Anche la calma piatta finale sotto il sole di Fu-Chou, il Nan-Shan malridotto e incrostato di sale, dall'aria "logora e stanca delle navi che vengono dai confini del mondo. Ed era proprio così", ancorato al molo e la sua varia umanità finalmente sbarcata, è deliziosamente resa dall'Autore con i resoconti delle lettere che i vari personaggi scrivono, ciascuno con il proprio stile e con la propria prospettiva, ai congiunti ed agli amici in madrepatria.
Questo libro lo ricevetti in dono che ero ragazzo, ce l'ho tuttora e ha una bella copertina blu e delle illustrazioni a colori che mi suggestionavano alquanto, specie una che mostrava la nave vista da poppa che si dirigeva pigramente verso un orizzonte apparentemente sereno, ignara del proprio destino, un volo di gabbiani basso in primo piano.
Ma è, sia chiaro, un libro che si presta a letture di vari livelli, anche evidentemente metaforiche, come tutta l'opera di Conrad: i limiti umani a fronte della Natura; il coraggio, la disperazione e il coraggio della disperazione; in fondo, anche la fortuna.
Leggetelo, dunque, e... benvenuti a bordo.
(A C., che non ama leggere Conrad...)
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Meritava restare a guardarle, le nuvole prossime alla costa continentale.
Batuffoli bianchi d’ovatta strappati da mani invisibili e sparpagliati sulla piattaforma increspata del Mar Tirreno.
Il Sole le illuminava sapientemente con raggi obliqui
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QQQ
(Vi fosse un sottofondo musicale, sarebbe, non necessariamente in quest’ordine:
1. ‘Creuza de Mä' di Faber
2. ‘Peter & The Wolf’ del Randy Waldman Trio
3. ‘Dedicated To You But You Weren’t Listening’ dei Soft Machine
4. ‘The Secret Marriage’ di Sting
5. il I Movimento della 'Symphonie Fantastique' op. 14 di Hector Berlioz)
QQQ
La fotografia? E' venuta fuori da una ricerca con parole chiave davvero prevedibili: clouds+aircraft+sea. Tre finaliste, il premio va a http://hyperphysics.phy-astr.gsu.edu
QQQ
Avviso ai naviganti
Ultimamente ho ripreso a rosicchiarmi le unghie
E ho il cuore buio per un po’ di tristezza
Però in compenso ho recuperato l’agenda smarrita
Grazie a chi ha voluto lasciare un commento, e a chi semplicemente ha letto
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Mi hanno sempre intenerito i blog personali, piccoli specchi di vita vissuta spacciata per virtuale...
Non sempre e comunque, beninteso: ne ho incontrati, anche, nelle mie passeggiate, di millantatori incalliti se non peggio.
Sarà che chi mette su qualche pagina scribacchiando pensieri e incollando fotografie, essenzialmente, si mette in gioco. Ha voglia di comunicare all’esterno qualcosa di sé. Magari per oltrepassare indenne gli offendicoli della timidezza.
Nomi dietro indirizzi web, persone dietro quei nomi. Ed immagini, filmati rubacchiati a Youtube, righe scritte di getto o meditate, racconti, poesie, saggi improbabili, scherzi deliziosi. Tutto un distillato di gusti, idiosincrasie, opinioni correnti, e passioni. Scelti in fin dei conti per un qualche motivo ben preciso, spesso insondabile o che comunque si riesce appena ad afferrare, come un aquilone impigliato in un ramo.
A pensarci il web offre una duplice, preziosa opportunità: da un lato agevola l’aggiramento delle barriere nei rapporti interpersonali, mettendo a contatto persone più diverse con estrema facilità, dall’altro (e comunque) consente di scoprirsi solo quanto si vuole, erigendo barriere alte e spesse quanto ci pare opportuno, che gli altri non possono valicare se non con il nostro consenso.
Sempre che ovviamente l’impulso di bloggare non sublimi semplicemente l’ambizione di porsi al centro del web: scrivere e non leggere o, meglio, leggere solo le frasi complimentose che eventualmente si ricevono. Vero, al riguardo, che è sempre opportuno conceder fiducia al quisque de blogghi [blog-blogghis, è della terza] fino a prova contraria, tuttavia certi giochi non reggono alla lunga e gli egocondriaci vengono smascherati presto e abbandonati a se stessi.
Penso comunque siano una sparuta minoranza, la maggioranza è composta da persone che con sincerità desiderano raccontarsi, manifestar emozioni, condividere impressioni con altre persone aventi analoga sensibilità. E molte lo sanno fare assai bene.
M’intenerisce anche che alcuni esperimenti anche geniali si perdano nel nulla, perché chissà cosa c’è dietro il titolo e la facciata, chissà quali aspettative e disillusioni. Altri raccolgono ben pochi interventi, non perché i contenuti siano inferiori, ma semplicemente perché si ha relativo successo se si entra in qualche circolo virtuoso e ci si fa conoscere. Non tutti son capaci.
Si tratta d’incuriosire il prossimo che passa per caso o seguendo le scorciatoie dei reindirizzamenti, legge e talvolta arriva a scrivere un commento.
Ecco, credo che a livello più o meno inconscio ciascuno cerchi di curare il proprio spazio al meglio delle proprie capacità. Ci tiene a che sia interessante, tenta di accattivare un minimo d’uditorio, perciò lustra la frutta che espone in bella vista sul banco per la gente che passa, ripetendo con ogni post il richiamo: venite a leggere, venite a scrivere...
Tutto molto naturale: non v’è blogger, credo, che sia insensibile all'apprezzamento dei propri scritti. Altrimenti scriverebbe su un foglio di carta, per sé e non per altri.
Anche questo m’intenerisce, perché tener su un blog e tenerlo un minimo vivace assurge in definitiva ad un impegno: relativo, ma sempre impegno è. Una volta che si comincia, si deve in qualche modo portarlo avanti, non altro fosse perché i frequentatori abituali se l'aspettano. Altrimenti i contatti si diradano e rischiano di smarrirsi, proprio come le agende.
Sì, m’inteneriscono i blog. Anche il mio, certo. Mi ci metto d’impegno, quasi sempre con le idee chiare su quel che mi sta a cuore scrivere, con quelle parole e non altre, con quell’immagine e non altra. Il problema è che quasi mai ho le idee chiare se sia più sensato scrivere, oppure tenermi dentro tutto.
Questo bugigattolo scuro: dopo quasi due anni ancora non ho deciso cosa farne.
Immagini tratte da www.free-pictures-photos.com
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Non trovo più la mia agenda, di quelle tascabili con l’intera settimana stesa su due facciate.
Temo d’averla perduta.
Lo so da me che l’anno sta per finire e fra breve ne avrei cominciata un’altra.
Ma le mie agende, un po’ compulsivamente, son zeppe di elenchi di cose da fare, promemoria, scadenzari, indirizzi/telefoni più o meno utili, e quant’altro.
Oh, sì, mi gratificava quando con un bel tratto di penna cancellavo, seppellendolo per sempre, un impegno di quelli tosti. E pur se non avveniva, in fondo mi sentivo rassicurato nel riportare diligentemente alla pagina successiva le incombenze inevase, cinque minuti morti del fine settimana.
Una consolazione effimera: era come se mi dicessi: stavolta nulla, d'accordo; ma la prossima...
Quantomeno, ecco, avevo l’idea di mantener costante il controllo della situazione.
In definitiva alle agende si affida, certo con eccessiva benevolenza, il compito di tracciare un programma della propria vita di relazione.
Poi accade, e non di rado, che tutte quelle parole fittamente scritte rimangano lì, disattese. Ma questo non conta: intanto, le si scrive.
La mia improbabile bussola, rilegata in fintapelle rossa, disordinata, indecifrabile, creativa, riservata. Versione cartacea di me stesso? Di sicuro, infarcita di post-it, ritagli, biglietti e non ricordo più quali tessere associative (già… le tessere… bah).
A dirla tutta, ho sospettato che la perdita, sia pur a livello inconscio, non sia stata del tutto casuale.
Non che abbia particolari recriminazioni da muovere a questo 2007 agli sgoccioli. Solo, così mi ha trovato, ben provvisto di nevrosi, inquietudini & malinconie, e così mi lascia.
E’ come se stia passando invano: un treno che m'è sfilato davanti dal primo all'ultimo vagone, però anch'io, l'aspettavo sul marciapiede sbagliato.
Sicché forse ho voluto ramazzar via tutto un guazzabuglio di pensieri: far spazio per ricominciare con il 2008.
Va da sé che l’ho cercata e ricercata, l'agenda, cercando di ricostruire tutti i miei spostamenti del venerdì sera, e interrogandomi sotto la potente luce di una lampada.
Con il risultato che non ho la minima idea di dove io possa averla lasciata: in apparenza il tragitto è stato brevissimo, scrivania--->zaino, fine.
Possibile che sia scivolata dall’una, finendo nel cestino della carta straccia, ovvero dall’altro, finendo in mezzo ad una strada, senza che me ne accorgessi?
O forse l’ho perduta chissà quando poggiandola chissà dove mentre pensavo a chissà cosa, lasciandola inghiottire dalle torri di scartoffie che mi circondano. Magari per sempre.
E’ che vivo di fretta, senza neppure godermi l’ebbrezza della velocità. Semmai logoro pian piano pistoni e cilindri, visto che le cose mi si pèrdono, maledizione, escono insalutate dalla mia vita. E non solo.
Ora mi tocca assemblare brandelli di ricordi, per elencare tutto quel che dovrei fare nei prossimi mesi, senza aver la minima certezza di recuperare tutto quel che avevo riportato in agenda.
Smarrita lei e smarrito io.
Mi sembra quasi d’aver perduto la memoria.
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Incantevole come una bella donna.
Una donna non più giovanissima ma ancora con la figura armoniosa e snella ed i grandi occhi espressivi e luminosi, divertita nel cogliere la tua sorpresa un po' trasognata, come ogni volta, accompagnandola con un sorriso a fior di labbra.
Sembrava irreale camminare per davvero per calli e fondamenta, nella giornata limpida e assai meno fredda di quel che mi sarei aspettato, mescolato alla folla variopinta ma non eccessiva che si muoveva svelta affrontando e svoltando angoli, salendo e scendendo ponticelli, entrando ed uscendo dai mille negozi illuminati.
Ecco, l'unica ombra oscura, la sola nota falsa di questo piacevole girovagare erano le vetrine un po' troppo brillanti e ricercate, colme di oggetti da smerciare ai turisti, specie maschere di cartapesta di tutte le fogge.
Ma restava la gioia di sapersi a Venezia! e camminare accosto ai canali solcati dalle chiatte, fermarsi a guardare quegli scorci inconfondibili arricchiti da loggiati moreschi, camini troncoconici, pali variegati emergenti dalla Laguna e, perché no?, perdersi fra i vicoli sghembi e chieder aiuto agli indigeni, sempre gentili con il loro leggero idioma.
E poi il pranzo lussuoso con le due colleghe nel ristorante di Cannaregio, il tavolo appartato e candido, il cameriere cortese, lo Chardonnay fresco e gli assaggi di pesci e crostacei crudi e freschissimi, conditi appena con olio d'oliva e aceto balsamico invecchiato.
E poi ancora la visita dello Studio dello scomparso Prof. Benvenuti, silenzioso ed in penombra, e la sensazione del tempo fermato nel varcare la soglia della sua bella mansarda-rifugio piena di libri e di soprammobili anche minimali, animaletti, scatoline, giocattoli, piccoli oggetti rappresentanti chissà cosa che lui stesso ammucchiò su un tavolino e son restati sempre lì. Mi ha intenerito. Gli ero affezionato, al Prof. Benvenuti, di quell'affetto che si dona ai maestri.
Ed infine il lato spiritoso della vicenda, lo sguardo scambiato con Paola (la mia collega di Studio che avevo inopinatamente cooptato nell'avventura) che intendeva chiedere: non vorremo davvero prendere l'aereo delle 14,45?, dopo che l'udienza s'era protratta oltre ogni ragionevole limite, ciascuno timoroso che l'altro in un rigurgito di rigore professionale dicesse: no, dobbiamo assolutamente tornare.
Abbiamo convenuto di far credere al resto del mondo o quasi che quell'aereo l'avevamo perduto per colpa dei giudici e degli avversari al TAR e qualificatici impunemente come avvocati di Air One siamo per giunta riusciti a cambiare il biglietto senza pagare oneri aggiuntivi.
Dopo esserci riempiti i sensi e il cuore di Venezia, un caffè meritato ed un vassoio di dolciumi caratteristici da portar a casa, un ultimo sguardo ai piani alti delle case antiche illuminati dal tramonto, ed abbiamo decollato quand'era già buio, beninteso, rischiando di perdere anche l'aereo delle 18,45 perché la vita è complicata (e Paola è logorroica al telefono pur se ci stanno chiamando per l'imbarco immediato).
Il resto, la levataccia delle 5,30, il viaggio nel trenino che ha accompagnato l'alba, l'imbarco in ritardo e la frenesia di non far a tempo, la discussione serrata e ricca di tensione (confidavo, errando a quanto sembra, con esito favorevole), la sonnolenza gravosa e il sottopasso squallido della stazione ferroviaria, son sfumature.
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E se John avesse avuto ragione, quando diceva che la vita è quel che ci accade mentre ci occupiamo di tutt'altro?
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Mi ha sempre lasciato perplesso che i Bassotti tornino costantemente da Paperon de' Paperoni sotto mentite spoglie, peraltro restando riconoscibilissimi, con quelle mascherine nere lì. Per giunta, si presentano con nomi del tutto improbabili che dovrebbero farli stanare immediatamente, tipo Otto Bass.
Eppure P.d.P., mai che s'accorga che son sempre loro, si fa regolarmente turlupinare. Mah.
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Si chiamava Forza Italia, si chiamerà - forse - Partito del Popolo delle Libertà. Ma qual è la differenza?
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Riconoscimenti: la vignetta della strepitosa storia Paperone e le lenticchie di Babilonia, di Romano Scarpa, è tratta dal bel sito web www.salimbeti.com.
Pentimenti: in effetti B. e i suoi si identificherebbero più agevolmente in Paperon de' Paperoni che nei Bassotti. Pure, Sandro Bondi è identico a 176-671 (senza mascherina, però). L'uno o gli altri? Va bé, ci rinuncio.
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In attesa di recuperare i bambini al kindergarten, in bocca il piacevole retrogusto di un caffè, seduti al tepore dell'atrio dell'Auditorium sfogliavamo il programma delle iniziative previste per i mesi che verranno.
Fra i numerosissimi eventi c'è anche un incontro/conferenza con/di Maurizio Pollini sul tema Cos'è la Musica.
A te è probabilmente sfuggito, a me no.
Mi piacerebbe esserci, ma non ci sarò.
Non credo t'interessi e m'intristirebbe andarci da solo.
Poco più tardi, nella mediateca attigua al portico, ho adocchiato un volume con i testi tradotti e commentati di Nick Drake. L'ho sfogliato astraendomi per qualche minuto dalla soffice musica di sottofondo e dal brusio indistinto degli altri avventori.
C'era ovviamente anche Man in a shed, con una traduzione assai più libera di quella che ho scritto io per il blog.
Ma questo non te l'ho raccontato. Non ti ho parlato né della canzone, né del libro, né del blog. Ho avuta la tentazione di dirti, ecco, senti che bello questo testo qui, ed anche la musica è assai bella; ma ho desistito, non sono emozioni che appartengono al tuo cuore.
Accarezzandone la copertina, ho rimesso a posto il libro sulla sua pila.
Non eri accanto a me, neppure quando mi son piegato per cercare nello scaffale più basso, più che un libro, un'idea, per il regalo alla mia amica che ha compiuto gli anni.
Stavi consultando assorta non so che guida illustrata di un Paese straniero. Erano tutte lì in fila ben evidenziate, colorate e accattivanti, le guide illustrate; ma nessuna mi irretiva. Stavolta dei due ero io quello lontano.
Ho aspettato che tu terminassi, poi t'ho proposto di dar un'occhiata al settore dei cd di musica jazz; m'incuriosiva Smat smat di Stefano Bollani, di cui ho letto un gran bene.
Lettera B, colpo d'occhio sulla gradevole copertina di Take five del Dave Brubeck Quartet. Ce l'ho, quel cd, e stavolta forse per riparare te ne ho parlato, seppur brevemente, con fanciullesco entusiasmo. T'ho anche canticchiato la title-track per darti meglio l'idea.
Hai annuito, semplicemente.
Pochi giorni fa Bollani ha tenuto un concerto proprio all'Auditorium: in programma, fra l'altro, la Rapsodia in blu di Gershwin e la Sinfonia 'Dal nuovo mondo' di Dvořák. Son convinto che meritasse, ma non ho voluto prendere i biglietti perché m'è bastato il concerto di Giovanni Allevi. T'ho fatta una sorpresa quella volta acquistando due degli ultimi biglietti disponibili, ma anche allora ti sei limitata ad annuire.
Pensavo avessimo del tempo da spendere, prima di riprendere i bambini. Avrei continuata la mia caccia a Smat smat, ma un po' all'improvviso mi hai chiesto che uscissimo dalla mediateca. Faceva un po' caldo, questo è vero, però non troppo, mi sembrava.
Non ho detto nulla, perché nulla avevo da dire.
Fuori, in compenso, faceva un po' freddo.
(Fotografia: www.adrianobarbieri.com)
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...specie se si ha un tavolo che zoppica ;-).
E va bene, facciamo i seri.
I miei cinque libri prediletti?
Oddio...
Quattro, son sicuri.
In ordine sparso, perché la graduatoria dipende dagli umori.
1. Lewis Carroll, Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie / Attraverso lo Specchio e Quel che Alice Vi Trovò (traduzione di Masolino D'Amico, illustrazioni di John Tenniel).
Va beh, qui sfondiamo una porta aperta. L'avrò letto trentasei o trentasette volte. Non è per caso se nel mio blog-profilo io abbia scelto di citare il Cappellaio Matto (non me ne voglia, s'intende, la Lepre Marzolina).
Adoro il gusto spiazzante del nonsense e l'anarchia - sottilmente crudele, sottilmente disperante - che serpeggia attraverso tutta la storia.
Trovo che lo Specchio di Alice sia in definitiva quello, appena meno deformato, della vita reale, ed attingo correntemente all'ironia disincantata che ne traspare, per mero spirito di autodifesa.
Mi affascinano tantissimo, poi, le illustrazioni vittoriane di Tenniel.
Dell'ambiguo Rev. Dodgson possiedo anche la Caccia allo Snualo (da leggere con costanza e con una forchetta...), Sylvie & Bruno e Fantasmagoria-Tre tramonti.
Se qualcuno vuol rendermi felice a Natale prossimo, mi regali l'Alice Annotata di Martin Gardner.
2. Edgar Allan Poe, Racconti del Grottesco e dell'Arabesco.
Ecco qualcosa che mette realmente paura.
Il crepuscolare Edgardo sa narrare, altroché. D'accordo, ogni tanto si smarrisce nelle lente e pastellose descrizioni dei paesaggi incantevoli tipo Il Dominio di Arnheim e delle donne amate tipo Eleonora. Bisogna comprenderlo, è un romanticone. Anch'io, del resto.
Ma la geniale spietatezza narrativa di Il pozzo e il pendolo, o di Una Discesa nel Maelström, o della Maschera della Morte Rossa! Un po' melodrammatica, se vogliamo, ma comunque superba...
Lo ripeto spesso del resto, ormai è una mia espressione ricorrente, che X (persona a piacere, scelta a seconda delle circostanze) non sa distinguere l'Amontillado dallo Xéres. I miei interlocutori non comprendono, e per fortuna.
Uff, troppi dovrei citarne di Racconti, e la Gattarandagia (che mi nominò) mi ha imposto d'esser sintetico.
Quasi quasi le lancio un gatto nero attraverso la finestra. Così, di buon augurio.
3. Fedor Dostoevskij, L'Idiota.
Ho idea, il primo e determinante mio approccio con la letteratura ottocentesca russa.
Amore a prima vista, in particolare per Dostoevskij, appunto, nonché Gogol e Bulgakov. Per certi versi trovano un equivalente, sul pentagramma, in Tschaikovskij, Mussorgskij, Rimskij-Koršakov.
Un genere che amo profondamente, per la narrazione a tutto tondo, l'atmosfera di un mondo così diverso dal nostro ed ormai al tramonto, il tratteggio con estrema finezza dei personaggi, oscuri e splendenti delle loro miserie e grandiosità.
L'ho già scritto altrove, m'identifico molto nel principe Myškin di questo romanzo...
Forse anelo ad una passione come la sua con Nastašja Filippovna, già.
4. Umberto Eco, Il Nome della Rosa.
D'accordo, apparirà come un passo indietro rispetto ai precedenti, se non un autentico ruzzolone giù per le scale. Ma il fatto è che quando lessi questo romanzo mi trovavo a scontare dieci mesi di soggiorno coatto nelle squallide caserme dell'Italia meridionale. Il libro fu salvifico, mi estraniò dall'infelice condizione in cui versavo traslandomi idealmente, smessa l'uniforme per il saio, nella sinistra biblioteca del Monferrato, gelosamente custodita da Jorge da Burgos (alla larga...!).
Niente da dire, il Prof. sa bene come irretire i lettori (incredibilmente, senza far pesare la sua sterminata cultura), ed effettivamente il colpo di scena finale è da maestro, tanto di cappuccio...
Peccato che, per quel che ho letto nel prosieguo, mi sembra che Egli non abbia più saputo ripetersi.
Ancora sto cercando qualche libro del genere che mi catturi allo stesso modo; mi ha un po' intrigato Q di Wu Ming, ma in fondo neppure troppo.
La storia del labirinto libresco non l'ho letta trentasette volte, però diciannove credo di sì ;-). Penitenziagite.
5. AA.VV., TT.VV..
E' sleale, lo so.
Ma come faccio ad eleggere un titolo solo, fra i tanti che mi hanno conficcato una penna stilografica nel cuore?
Valgono i saggi? No? Perché altrimenti un posto riservato lo meriterebbe L'Interpretazione dei Sogni del mio vecchio mentore Siegmund Freud.
Valgono i classici in versi? Nemmeno? Peccato, nutro una sconfinata ammirazione per il C. Valerio Catullo dei Carmina.
Solo narrativa, o.k.. Allora, anzitutto quei pochi che, immodestamente, ho preteso di recensire sul sito web della piccola biblioteca seguita da Bucciadimela: Il Libro degli Abbracci di Eduardo Galeano, Il Libro del Buio di Tahar Ben Jelloun, La Prima Sorsata di Birra e Altri Piccoli Piaceri della Vita di Philippe Delerm, Tifone di Joseph Conrad (quest'ultimo, di prossima pubblicazione qui dentro ;-). Più gli altri che avrei voluto omaggiare con un commento e me ne son mancati il tempo o l'occasione, come p.es. Gli Amori Difficili di Italo Calvino e Gli Anni della Grande Peste di Sergio Atzeni. Ed ancora, perché no?, Civiltà Sepolte di C.W. Ceram, Tre Uomini in Barca (per Tacer del Cane) di Jerome K. Jerome, I Cinque Libri di Gianni Rodari, stupendamente illustrati da Bruno Munari...
Mi fermo qui, ché son già arrivato a 13 (il mio numero, uau).
P.s. I: giusto alla fine, confesso la mia limitatezza di prospettive: ho letto pochissimo, rispetto a quel che avrei voluto e dovuto. Ogni giudizio di cui sopra è dunque, per così dire, assolutamente relativo.
P.s. II: non ho citato alcunché di Nick Hornby, notoriamente fissato con le classifiche. Così impara.
P.s. III: le illustrazioni sono di:
www.virtu.com (Il pendolo!! [da William Collins])
www.childrencapes.com (Il tè di Alice [da John Tenniel])
www.perso.fundp.ac.be (Guglielmo da Baskerville & Adso da Melk)
www.airninja.com (Il Cremlino sotto la neve...).
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Eccolo qui, ritratto in una foto di famiglia.
Sta bene e mi ha detto di salutare tutti i (3 o 4) frequentatori di questo blog.
Credito fotografico: giuro che non lo so, l'immagine l'avevo presa tempo fa e sul web non c'è più.
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Che dire?
Veramente non era mia intenzione rompere il silenzio di queste pagine.
Solo che ho fatto un rapido giro dei blog della ristretta cerchia.
Non li avrò controllati proprio tutti, però mi sembra che nessun altro ne abbia ancora parlato.
Così ho fatto un'eccezione.
Per lasciare un ricordo.
Un mazzo di fiori di campo raccolti sul momento ai margini della strada.
Oppure, più semplicemente ancora, un grazie.
Grazie per aver raccontato tante storie, sempre con una partecipazione, un'emozione contenuta, rispettosa, un po' imbarazzata.
Di chi non perdeva mai di vista un punto essenziale: erano storie di uomini, con le loro umane debolezze, e a volta la loro sovrumana forza.
Il tono sommesso, nella consapevolezza che la forza delle parole non risieda nel volume con cui le si pronuncia, nei toni aggressivi e pretenziosi, ma piuttosto nella convinzione della loro nuda verità.
Verità scomoda e per questo punita duramente da chi, oggi, simula contrizione dopo aver usato disinvoltamente le forbici su una televisione che, per la verità appunto, apparterrebbe a tutti.
Anche quella volta, invitato Benigni a dir la sua a ruota libera prima delle elezioni, Biagi in fin dei conti mistificò un bel nulla.
Sorrideva lievemente mentre l'altro, il giullare fuori controllo, dava la stura al torrente inarrestabile dei suoi pensieri.
Pregustava le reazioni del più potente dei potenti, ne son sicuro.
Chissà se previde quanto gli sarebbe costato.
S'illudeva forse che dall'altra parte si sarebbe tirato fuori dal guardaroba un contegno all'altezza dell'occasione.
Niente da fare: troppi scheletri nell'armadio, non v'era spazio per la dignità.
A proposito: all'epoca non furon pochi i colleghi che lo azzannarono senza ritegno.
Lacché rancorosi e invidiosi di un giornalista che sapeva fare il suo mestiere.
Soggetto raro, nel recinto pieno zeppo di improvvisatori allo sbaraglio. Un autentico signore, con una classe inarrivabile: "Vi son stati alcuni inconvenienti tecnici e l'intervallo è durato cinque anni".
Ora che la sua voce s'è spenta, una delle poche che meritava d'essere ascoltata, resta sospeso l'eco assordante delle altrui chiacchiere inutili.
Ma non c'è da provarne sollievo, il rumore subito riprenderà.
Coccodrilli piccoli piccoli.
Come questo, certo, ma in senso assolutamente differente; non sono un alligatore e nulla ho da spartire con la specie, oggi tengo a dirlo, il mio è un tributo minimo, tuttavia sincero.
Curioso: Biagi me lo figuro così come appariva in video, pacato ed autorevole, ma in bianco e nero.
Un segno dei tempi, credo.
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Non sono un millantatore.
Giuro che quel giorno che attendevamo in corridoio per l'esame dei cromosomi (i miei sono storti, lo so da me, uff) insieme ad un'altra coppia, istintivamente mi venne da far quel commento lì.
Non v'era alcun disegno occulto, nessuna premeditazione, tantomeno a fini malevoli. Fu una sorta di riflesso condizionato, una folgorazione, una boutade delle mie, perché sono inguaribilmente un giocherellone.
Spiegò l'altra coppia: per eseguire l'esame chiedono l'anamnesi familiare. D'impulso soggiunsi, falsissimamente preoccupato: E come faccio, io che son trovatello?
No, che non lo sono, anche se la Mamma da piccolo chissà perché ogni tanto si divertiva a farmelo credere. Adesso capisco da chi ho ereditato il senso dell'umorismo.
Comunque sia, l'altra coppia si raggelò imbarazzata, ritirandosi mogia nel suo angolo di panca. Anna invece, accanto a me, faceva sforzi sovrumani per non scoppiare a ridere.
A proposito di ascendenti: mi sovviene che son anni che non mi scrive la periodica, cortese, accattivante lettera quella curiosa Società che si occupa di indagare sugli antenati per reperire le origini nobili di chicchessia.
Anche le mie, son certo che ne troverebbe; il che è davvero sorprendente, visto che nutro più d'un sospetto sulla circostanza che il mio avo più in vista con ogni probabilità prestasse soldi a usura a qualche blasonato autentico in crisi finanziaria, lì nel ghetto.
(L'avo più in vista di Anna, in compenso, pare fosse un famoso brigante).
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